Abbiamo contattato Angelo Squeo per un ricordo di Kirk Kilgour e ne è nata una chiacchierata piacevole che si è allargata a tanto altro, tra aneddoti e curiosità sulla storia del beach volley in Italia.

Una delle storie che mi raccontava Marco Solustri, e che io non conoscevo, è quella di Kirk Kilgour. Ne sono rimasto veramente folgorato perché è un racconto incredibile. Tu che ricordo hai di lui?

La mia storia con Kirk non inizia in California, ma in Italia. Lo conobbi lì, per me lui era come quegli idoli che vedi in televisione quando sei giovane. Io ero nelle giovanili dell’Ariccia, la squadra di Roma, e andavo a vedere Kirk che per me era un elemento da imitare. Poi dopo si fece male e i nostri destini si incrociarono perché io presi il suo posto nell’Ariccia.

Ebbe un incidente grave…

Sì, lui andò a fare un allenamento con la nazionale italiana. Avevano solo 11 giocatori e lo chiamarono per fare il dodicesimo nel 6 contro 6. In questo allenamento, purtroppo, durante il riscaldamento misero due materassini uno contro l’altro, che non erano ben solidi, e lui con un salto mortale cadde proprio con il collo, con la testa tra i due materassi e si fratturò la vertebra cervicale, diventando da un giorno all’altro da grande campione che era a… Tra l’altro la pallavolo era solo una delle cose che faceva bene perché lui faceva anche surf e beach volley.

Era un atleta polivalente.

Sì, andava in montagna a fare acrobazie sulla neve, una cosa che all’epoca era fantascientifica. E poi purtroppo passò a essere tetraplegico, a muovere solamente la testa. Mi ricordo che era sposato con una bellissima donna californiana, che però lo lasciò pochi mesi dopo il fatto. Non poté resistere al fatto di stare con un tetraplegico che aveva bisogno di tutto. E poi dopo io presi il suo posto e vincemmo lo scudetto ’76-77 con la Federlazio e decidemmo con Marco, nel 1980, dopo qualche anno dall’incidente, di andarlo a trovare perché ci sentivamo legati a lui, ci aveva raccontato le storie del beach volley negli Stati Uniti.

Voi giocavate già a beach volley, giusto?

Noi il beach volley lo giocavamo così, per piacere, sulle spiagge facendo 5 contro 5, 6 contro 6, non c’era un formato ancora come negli Stati Uniti. Era molto improvvisato. Andavamo al Gambrinus a Ostia dove c’era un solo campo e lì sia in primavera sia in estate facevamo delle sfide micidiali. Andavamo anche quando le spiagge non erano aperte.

E nel 1980 prendeste quel volo per la California…

Facemmo questo viaggio pazzesco negli Stati Uniti coast to coast e andammo a trovare Kirk. Lui un giorno ci disse: “Guardate, io non posso guidare il mio van, mi dovete accompagnare a Manhattan Beach perché vi faccio scoprire una cosa interessante”. Fu una sorpresa andare a Manhattan Beach a Los Angeles a vedere un torneo dell’AVP (Association of Volleyball Professionals, ndr) con 10.000 persone. Mi ricordo che c’era Kiraly che giocava quel giorno, Sinjin Smith, Obradovich.

Lì era tutto già avviatissimo, era proprio un piccolo stadio, no?

Esatto, c’era l’entertainment delle beauty contest, che adesso sarebbe un po’ criticato. Però c’erano le più belle ragazze e attrici americane, che si andavano ad esibire sulla spiaggia per farsi conoscere dai produttori. Poi c’erano tornei Open, il Manhattan Open era con 164 squadre, pazzesco, con una qualificazione altrettanto dura. E chi arrivava alla fine era veramente un superman perché aveva giocato venerdì, sabato e domenica e la finale veniva fatta con Loser bracket e Winner bracket (tabellone perdenti e vincenti, ndr). E se venivi dal Loser dovevi vincere molto di più di quelli del Winner.

E lì già vi era venuta l’idea di trasferire tutto quello che avevate visto in Italia oppure è servito più tempo?

Bella domanda. Io rimasi folgorato quando vidi questa cosa e dissi: “Voglio assolutamente giocare”. Purtroppo non eravamo molto forti sul due contro due con le loro regole, il pallone non doveva girare quando facevi il palleggio. Per esempio, perdemmo contro una coppia papà-figlio nella qualificazione e incominciammo ad avere ancora più voglia di giocare e scoprire i segreti dello sport. E quindi la voglia venne sia lì ma anche dopo perché volevamo prepararci per poi ritornare e fare più bella figura. Pensavamo: “Abbiamo vinto degli scudetti qua in Italia a pallavolo, sicuramente lì sarà facile. Invece scoprimmo che era tutta un’altra cosa.

Col muro verticale che non poteva invadere.

Esatto, esatto. Poi c’era il side out, il cambio palla, in quella spiaggia immensa con la sabbia che scottava. E poi dovevi arbitrare se perdevi, andavi nel Loser bracket. Ti davano anche l’handicap di arbitrare le partite perché gli arbitri non esistevano lì.

Ah, non lo sapevo…

Quindi praticamente non finivi mai, erano tre giorni pazzeschi. E allora pensai: “Se funziona lì in California, dove ci sono spiagge come in Italia, il sole ce l’abbiamo anche noi qui e abbiamo anche noi una tradizione pallavolistica forte, perché non dovrebbe funzionare in Italia?”.

E ci hai visto lungo.

Sì. Però, guarda, gli inizi furono veramente difficilissimi perché immagina oggi andare a dire a sponsor e televisioni che hai uno sport che può avere successo, di promuoverlo, di darmi una mano. Ci sono voluti quattro anni. Dall”80 all”84 nessuno mi diede assolutamente ascolto. Però un giorno mi venne l’idea di acquistare i diritti televisivi di alcuni highlights di Sinjin Smith, Stoklos, Kiraly, di quando si preparavano sulle spiagge e quando giocavano ai tornei. Insomma, mi venne l’idea di acquistare questi filmati, che erano in cassette Betacam, presi 5 o 6 filmati e li andai a proporre a Italia 1 per American Ball, una trasmissione che cercava di promuovere gli sport americani. E uno di Italia 1 mi disse: “Fantastico, questi filmati li mettiamo in onda”.

E poi?

Mi diede una mano a metterli in onda di sabato intorno all’una del pomeriggio, quando c’erano le news. Fecero scalpore perché tutti iniziarono a pensare: “Ah, ma si può giocare sulla sabbia?”. Incominciarono a conoscere il beach volley in maniera più accelerata e io ebbi qualche risposta positiva da alcuni sponsor. E così facemmo il primo torneo nell’84.

Al Fantini Club di Cervia, giusto?

Sì, Fantini mise a disposizione lo stabilimento balneare, fu molto carino nell’ospitare questo torneo. Si incontrarono i beachers contro i giocatori di pallavolo. Così, anche quella competizione servì a dare un certo impulso.

Nell’85 invece venne lanciato il primo campionato italiano…

È vero, tre tornei facemmo con El Charro. Che poi anche quella fu una storia incredibile… Noi giocavamo ad aprile a Ostia, si fermò una persona con una Maserati rossa, uscì fuori e disse: “Io ho visto questi tornei in California, ma li ho visti anche su Italia 1. Vorrei che veniste da me nel mio ufficio e ne parliamo, voglio organizzare dei tornei”. Eravamo quattro giocatori solamente in quel momento sulla spiaggia, era deserta. Io andai, gli altri tre no perché non avevano fiducia in questa persona. E questo tizio il giorno dopo mi accolse dicendo: “Guarda, io ti do questo assegno, lo puoi mettere in tasca o puoi organizzare tre tornei”. E lì nacque il circuito dell’85.

Che regole vigevano?

Si poteva fare il pallonetto, il palleggio era tollerato, c’erano regole un po’ così, ogni Paese aveva le sue regole, non c’era un coordinamento internazionale ancora.

Tornando a Kirk Kilgour, tu in quegli anni eri ancora in contatto con lui?

Ci sentivamo, però non andammo più a trovarlo, personalmente perché ero occupato con i tornei quindi non riuscivo. Però ci sentivamo. Addirittura seppi che lui fece il telecronista per la NBC. E poi fece anche degli esperimenti per far aprire le porte o le finestre con i messaggi vocali.

Perché lui aveva la sua sedia a rotelle che era, per l’epoca, molto tecnologica.

Esatto, era elettrica, si muoveva grazie al suo mento. Riusciva a essere abbastanza indipendente, diciamo. Ma a un certo punto fece questo esperimento di far funzionare gli elettrodomestici a casa con la voce. Incredibile. Lui fu sempre molto positivo, non era mai depresso nonostante quello che è successo. Poi purtroppo venni a sapere nel 2002 che morì a causa di complicazioni respiratorie. Però lui è rimasto sempre positivo, era un combattente anche sulla sedia a rotelle. Sai cosa mi disse una volta? Questo non lo sa quasi nessuno, non so se Marco se lo ricorda. Mi disse: “Guarda Angelo, io riesco a sudare come se facessi un allenamento di pallavolo anche stando sulla sedia a rotelle, immaginandomi le difese, gli attacchi, la corsa, facendo un vero allenamento di beach volley”.

Incredibile.

Io rimasi stupito per la sua capacità perché era un uomo veramente speciale. E poi sopravvivere tanti anni come ha fatto lui, nonostante quello che gli è successo, anche quello fu una specie di mezzo miracolo. Mi disse che, quando capitò l’incidente, vide una luce, qualcosa del genere, come queste storie della luce in fondo al tunnel. E in quel momento riprese a vivere, perché era già spacciato.

Che atleta era?

Di lui ho sempre avuto l’immagine di un campione fuori e dentro il campo. Generosissimo, era un perfezionista, aveva un mancino terribile, era un attaccante di una velocità straordinaria. E poi era 1,94 metri ma si muoveva come un normotipo, era molto acrobatico e atletico, giocava in difesa come in attacco, faceva tutto. Quando mi portarono su dalla giovanile alla prima squadra dell’Ariccia non ci potevo credere: avevo 17 anni, ero un centrale. Misero al posto di Kirk qualcun altro e io giocavo con i campioni che prima guardavo in televisione. Vincemmo lo scudetto e Kirk fu anche contento di questo perché la sua assenza non pesò sulla squadra, altrimenti si sarebbe sentito colpevole.

E il rapporto con te e Marco?

Nonostante la differenza di età e di livello lui vide in me e in Marco un legame con la squadra. Per questo ci accolse molto bene a casa sua e ci diede tutti gli onori. Noi cercavamo di dargli una mano con il van che aveva quando andammo lì in California: c’era sempre qualcuno che lo portava, di solito un americano, ma non sempre gli piaceva. Con noi alla guida invece poteva dirci dove andare e ci faceva vedere quello che faceva prima dell’incidente. Ci portò al Manhattan Open, senza di lui non avrei mai avuto l’ispirazione perché queste cose vanno vissute. Lì non scoprimmo uno sport ma uno stile di vita. E questo stile di vita si può riprodurre ancora in tutto il mondo, bisogna crederci e creare dei campi perché il beach volley è ipersostenibile, se pensiamo ad altri sport come calcio o tennis. Sai una cosa?

Dimmi.

Il segreto, se così possiamo dire, di quando andammo in America fu nel vedere tanti pali in legno massello nella sabbia messi a disposizione di tutti per chi voleva venire e montare le reti, ce n’erano migliaia. Era perfetto perché così potevi fare centinaia di partite e di tornei. Tra l’altro, se non ricordo male io e Marco andammo a fare un torneo amatoriale pagando 20 dollari, però era difficilissimo. Grazie a quei pali l’organizzazione impegnava venti campi, c’erano solo il tabellone e l’altoparlante e tutto andava avanti così. Erano tornei che duravano dal sabato mattina presto fino alla domenica sera con la finale.

E oggi di cosa si occupa Angelo Squeo?

Sono andato in pensione dopo 27 anni, nel 2022, gestivo il dipartimento di beach volleyball della Federazione Internazionale (FIVB, ndr). Ho pensato di tornare a Roma, ho una casa all’Eur, avevo voglia di Italia e di casa mia dopo tanto girare. Sono qui con mia moglie, ho due figlie che mi vengono a trovare dall’estero, una in Francia e l’altra in Svizzera.